Gennaio 2009Archivi

Gen 23

via del grande amico Oz

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed
iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.
Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti.
Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta,
era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per
la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.
Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che
suonava.
Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò
per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.
Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una
donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a
camminare.
Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo
guardò l’orologio e ricominciò a camminare.
Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo
tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista.
Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare
girando la testa tutto il tempo.
Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini.
Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.
Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e
rimasero un momento.
Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente.
Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò
il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne’ ci fu alcun riconoscimento.
Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi
musicisti al mondo.
Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un
violino del valore di 3,5 milioni di dollari.
Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto
esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.
Questa è una storia vera.
L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella
stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come
parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità
delle persone.
La domanda era:
“In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo
la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un
contesto inaspettato?”.
Ecco una domanda su cui riflettere mentre iniziamo un nuovo anno: “Se non
abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al
mondo suonare la miglior musica mai scritta,
quante altre cose ci stiamo perdendo?”.

Gen 23

5 Borse di Studio per progettisti utenti del network www.iwcasuissenetwork.com

Sono disponibili per architetti, designer e ingegneri stranieri, utenti del sito www.chefdicucinamagazine.com  5 Borse di Studio per il corso di formazione post-universitaria di POLI.design – Consorzio del Politecnico di Milano “Food Experience Design – Design per l’innovazione di spazi e locali pizzeria”. E’ la nuova specializzazione dedicata all’ideazione, progettazione e arredamento di spazi e locali pizzeria innovativi, che oggi stanno trasformandosi in ambienti spesso multifunzionali, di design e di atmosfera.
La seconda edizione del corso, di 120 ore, con project work finale ed educational tour nei più importanti locali di Milano, si svolge dal 2 al 20 marzo 2009 a POLI.design - Politecnico di Milano (Campus Bovisa). Le lezioni si svolgono in italiano.
Sono disponibili per progettisti stranieri 5 BORSE DI STUDIO.
Gli interessati devono inviare il curriculum vitae e possedere una conoscenza discreta della lingua italiana. Tutti i candidati saranno contattati da POLI.design.
Il termine per richiedere la Borsa di Studio del valore di € 3.500 è il 10 febbraio 2009.
A carico dei partecipanti selezionati la sola quota d’iscrizione.

Il programma completo è disponibile su www.foodexperiencedesign.it

Per richiedere le borse di studio inviare il CV citando “IWCAsuisse” a: Daiana Bossi, formazione@polidesign.net

Gen 21

95 TESI

[firmatari & commenti]

1.      I mercati sono conversazioni.

2.      I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici.

3.      Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.

4.      Sia che fornisca informazioni, opinioni, scenari, argomenti contro o divertenti digressioni, la voce umana è sostanzialmente aperta, naturale, non artificiosa.

5.      Le persone si riconoscono l’un l’altra come tali dal suono di questa voce.

6.      Internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell’era dei mass media.

7.      Gli iperlink sovvertono la gerarchia.

8.      Sia nei mercati interconnessi che tra i dipendenti delle aziende intraconnessi, le persone si parlano in un nuovo modo. Molto più efficace.

9.      Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.

10.  Il risultato è che i mercati stanno diventando più intelligenti, più informati, più organizzati. Partecipare a un mercato in rete cambia profondamente le persone.

11.  Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende. Lo stesso vale per la retorica aziendale circa il valore aggiunto ai loro prodotti di base.

12.  Non ci sono segreti. Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno. E se una cosa è buona o cattiva, comunque lo dicono a tutti.

13.  Ciò che accade ai mercati accade anche a chi lavora nelle aziende. L’entità metafisica chiamata “L’Azienda” è la sola cosa che li divide.

14.  Le aziende non parlano con la stessa voce di queste nuove conversazioni in rete. Vogliono rivolgersi a un pubblico online, ma la loro voce suona vuota, piatta, letteralmente inumana.

15.  Appena tra qualche anno, l’attuale “omogeneizzata” voce del business – il suono della missione aziendale e delle brochures – sembrerà artefatta e artificiale quanto il linguaggio della corte francese nel settecento.

16.  Le aziende che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno.

17.  Se le aziende pensano che i loro mercati online siano gli stessi che guardavano le loro pubblicità in televisione, si stanno prendendo in giro da sole.

18.  Le aziende che non capiscono che i loro mercati sono ormai una rete tra singoli individui, sempre più intelligenti e coinvolti, stanno perdendo la loro migliore occasione.

19.  Le aziende possono ora comunicare direttamente con i loro mercati. Se non lo capiscono, potrebbe essere la loro ultima occasione.

20.  Le aziende devono capire che i loro mercati ridono spesso. Di loro.

21.  Le aziende dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo.

22.  Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito web aziendale. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.

23.  Le aziende che cercano di “posizionarsi” devono prendere posizione. Nel migliore dei casi, su qualcosa che interessi davvero il loro mercato.

24.  Vanterie ampollose del tipo “Siamo posizionati per essere il primo fornitore di XYZ” non costituiscono un posizionamento.

25.  Le aziende devono scendere dalla loro torre d’avorio e parlare con la gente con la quale vogliono entrare in contatto.

26.  Le Pubbliche Relazioni non si relazionano con il pubblico. Le aziende hanno una paura tremenda dei loro mercati.

27.  Parlando con un linguaggio lontano, poco invitante, arrogante, tengono i mercati alla larga.

28.  Molti programmi di marketing si basano sulla paura che il mercato possa vedere cosa succede realmente all’interno delle aziende.

29.  Elvis l’ha detto meglio di tutti: “Non possiamo andare avanti sospettandoci a vicenda”.

30.  La fedeltà a una marca è la versione aziendale della coppia fissa, ma la rottura è inevitabile ed è in arrivo. Poiché sono in rete, i mercati intelligenti possono rinegoziare la relazione con incredibile rapidità.

31.  I mercati in rete possono cambiare fornitore dalla sera alla mattina. I lavoratori della conoscenza in rete possono cambiare datore di lavoro nel tempo dell’intervallo del pranzo. Le vostre “iniziative di downsizing” ci hanno insegnato a domandarci “La fedeltà? Cos’è?”

32.  I mercati intelligenti troveranno i fornitori che parlano il loro stesso linguaggio.

33.  Imparare a parlare con voce umana non è un gioco di società. E non può essere improvvisato a un qualsiasi convegno solo per darsi un tono.

34.  Per parlare con voce umana, le aziende devono condividere i problemi della loro comunità.

35.  Ma prima, devono appartenere a una comunità.

36.  Le aziende devono chiedersi dove finisce la loro cultura di impresa.

37.  Se la loro cultura finisce prima che inizi la comunità, allora non hanno mercato.

38.  Le comunità umane sono basate sulla comunicazione – su discorsi umani su problemi umani.

39.  La comunità della comunicazione è il mercato.

40.  Le aziende che non appartengono a una comunità della comunicazione sono destinate a morire.

41.  Le aziende fanno della sicurezza una religione, ma si tratta in gran parte di una manovra diversiva. Più che dai concorrenti, la maggior parte si difende dal mercato e dai suoi stessi dipendenti.

42.  Come per i mercati in rete, le persone si parlano direttamente anche dentro l’azienda – e non proprio di regole e regolamenti, comunicazioni della direzione, profitti e perdite.

43.  Queste conversazioni si svolgono oggi sulle intranet aziendali. Ma solo quando ci sono le condizioni.

44.  Di solito le aziende impongono l’intranet dall’alto, per distribuire documenti sulla politica del personale e altre informazioni aziendali che i dipendenti fanno del loro meglio per ignorare.

45.  Le intranet emanano noia. Le migliori sono quelle costruite dal basso da singole persone che si impegnano per dare vita a qualcosa di molto più valido: una conversazione aziendale in rete.

46.  Una intranet in buona salute organizza i dipendenti nel più ampio significato del termine. Il suo effetto è più radicale di qualsiasi piattaforma sindacale.

47.  Se questo spaventa a morte le aziende, è pur vero che esse dipendono fortemente dalle intranet aperte per far emergere e condividere le conoscenze più importanti. Devono resistere all’impulso di “migliorare” o tenere sotto controllo queste conversazioni in rete.

48.  Quando le intranet aziendali non sono condizionate da timori o da un eccesso di regole, incoraggiano un tipo di conversazione molto simile a quella dei mercati in rete.

49.  Gli organigrammi funzionavano nella vecchia economia, in cui i piani dovevano essere ben compresi da tutta la piramide gerarchica e dettagliati piani di lavoro potevano scendere dall’alto.

50.  Oggi, l’organigramma è fatto di link, non di gerarchie. Il rispetto per la conoscenza vince su quello per l’autorità astratta.

51.  Gli stili di management basati sul comando e sul controllo derivano dalla burocrazia e al tempo stesso la rafforzano. Il risultato sono la lotta per il potere e una cultura di impresa paranoica.

52.  La paranoia uccide la conversazione. Questo è il punto. Ma la mancanza di conversazione uccide le aziende.

53.  Ci sono due conversazioni in corso. Una all’interno dell’azienda, l’altra con il mercato.

54.  Nessuna delle due va bene, nella maggior parte dei casi. Quasi sempre, alla base del fallimento ci sono le vecchie idee di comando e controllo.

55.  Come politica di impresa, queste idee sono velenose. Come strumenti, sono fuori uso. Comando e controllo sono visti con ostilità dai lavoratori della conoscenza e con sfiducia dai mercati online.

56.  Queste due conversazioni vogliono parlare l’una con l’altra. Parlano lo stesso linguaggio. Si riconoscono l’un l’altra dalla voce.

57.  Le aziende intelligenti si faranno da parte per far accadere l’inevitabile il prima possibile.

58.  Se la volontà di farsi da parte è presa come parametro del quoziente di intelligenza, allora veramente poche aziende si mostrano rinsavite.

59.  Seppur subliminalmente, milioni di persone sulla rete percepiscono ormai le aziende come strane finzioni legali che fanno di tutto perché queste due conversazioni non si incontrino.

60.  Questo è suicidio. I mercati vogliono parlare con le aziende.

61.  E’ triste, ma la parte di azienda con cui i mercati vogliono parlare è spesso nascosta dietro una cortina di fumo, il cui linguaggio suona falso – e spesso lo è.

62.  I mercati non vogliono parlare con ciarlatani e venditori ambulanti. Vogliono partecipare alle conversazioni che si svolgono dietro i firewall delle aziende.

63.  Sveliamoci e parliamo di noi: quei mercati siamo Noi. Vogliamo parlare con voi.

64.  Vogliamo accedere alle vostre informazioni, ai vostri progetti, alle vostre strategie, ai vostri migliori cervelli, alle vostre vere conoscenze. Non ci accontentiamo delle vostre brochures a 4 colori, né dei vostri siti Internet sovraccarichi di bella grafica ma senza alcuna sostanza.

65.  Noi siamo anche i dipendenti che fanno andare avanti le vostre aziende. Vogliamo parlare ai clienti direttamente, con le nostre voci e non con i luoghi comuni delle brochures.

66.  Come mercati, come dipendenti, siamo stufi a morte di ottenere le informazioni da un lontano ente di controllo.

67.  Come mercati, come dipendenti, ci domandiamo perché non ci ascoltate. Sembrate parlare una lingua diversa.

68.  Il linguaggio tronfio e gonfio con cui parlate in giro – nella stampa, ai congressi – cosa ha a che fare con noi?

69.  Forse fate una certa impressione sugli investitori. Forse fate una certa impressione in Borsa. Ma su di noi non fate alcuna impressione.

70.  Se non fate alcuna impressione su di noi, i vostri investitori possono andare a fare un bagno. Non lo capiscono? Se lo capissero, non vi lascerebbero parlare così.

71.  Le vostre vecchie idee di “mercato” ci fanno alzare gli occhi al cielo. Non ci riconosciamo nelle vostre previsioni – forse perché sappiamo di stare già da un’altra parte.

72.  Questo nuovo mercato ci piace molto di più. In effetti, lo stiamo creando noi.

73.  Siete invitati, ma è il nostro mondo. Levatevi le scarpe sulla soglia. Se volete trattare con noi, scendete dal cammello.

74.  Siamo immuni dalla pubblicità. Semplicemente dimenticatela.

75.  Se volete che parliamo con voi, diteci qualcosa. Tanto per cambiare, fate qualcosa di interessante.

76.  Abbiamo qualche idea anche per voi: alcuni nuovi strumenti, alcuni nuovi servizi. Roba che pagheremmo volentieri. Avete un minuto?

77.  Siete troppo occupati nel vostro business per rispondere a un’e-mail? Oh, spiacenti, torneremo. Forse.

78.  Volete i nostri soldi? Noi vogliamo la vostra attenzione.

79.  Interrompete il viaggio, uscite da quell’auto-coinvolgimento nevrotico, venite alla festa.

80.  Niente paura, potete ancora fare soldi. A patto che non sia l’unica cosa che avete in mente.

81.  Avete notato che di per sé i soldi sono qualcosa di noioso e a una sola dimensione? Di cos’altro possiamo parlare?

82.  Il vostro prodotto si è rotto. Perché? Vorremmo parlare col tipo che l’ha fatto. La vostra strategia aziendale non significa niente. Vorremmo scambiare due parole con l’amministratore delegato. Che vuol dire che “non c’è”?

83.  Vogliamo che prendiate sul serio 50 milioni di noi almeno quanto prendete sul serio un solo reporter del Wall Street Journal.

84.  Conosciamo alcune persone della vostra azienda. Sono piuttosto bravi online. Ne nascondete altri, di bravi? Possono uscire ed entrare in gioco anche loro?

85.  Quando abbiamo delle domande, ci cerchiamo l’un l’altro per le risposte. Se non esercitaste un tale controllo sulle “vostre persone”, sarebbero anche loro tra le persone che cercheremmo.

86.  Quando non siamo occupati a fare il vostro “mercato target”, molti di noi sono le vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato.

87.  Ci piacerebbe che sapeste cosa sta succedendo qui. Sarebbe davvero bello. Ma sarebbe un grave errore pensare che ce ne stiamo con le mani in mano.

88.  Abbiamo di meglio da fare che preoccuparci se riuscirete a cambiare in tempo. Il business è solo una parte della nostra vita. Sembra essere invece tutta la vostra. Pensateci: chi ha bisogno di chi?

89.  Il nostro potere è reale e lo sappiamo. Se non riuscite a vedere la luce alla fine del tunnel, arriverà qualcuno più attento, più interessante, più divertente con cui giocare.

90.  Anche nel peggiore dei casi, la nostra nuova conversazione è più interessante della maggior parte delle fiere commerciali, più divertente di ogni sitcom televisiva, e certamente più vicina alla vita di qualsiasi sito web aziendale.

91.  Siamo leali verso noi stessi, - i nostri amici, i nostri nuovi alleati, i nostri conoscenti, persino verso i nostri compagni di battute. Le aziende che non fanno parte di questo mondo non hanno nemmeno un futuro.

92.  Le aziende stanno spendendo miliardi di dollari per il problema dell’Anno 2000. Come fanno a non sentire la bomba a orologeria nei loro mercati? La posta in gioco è persino più alta.

93.  Siamo dentro e fuori le aziende. I confini delle nostre conversazioni sembrano il Muro di Berlino di oggi, ma in realtà sono solo una seccatura. Sappiamo che stanno crollando. Lavoreremo da entrambe le parti per farle venire giù.

94.  Alle aziende tradizionali le conversazioni online possono sembrare confuse. Ma ci stiamo organizzando più rapidamente di loro. Abbiamo strumenti migliori, più idee nuove, nessuna regola che ci rallenti.

95. Ci stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare, ma non ad aspettare.

La traduzione italiana è di Luisa Carrada
www.mestierediscrivere.com

Copyright versione inglese © 1999 Levine, Locke, Searls & Weinberger.
ringleaders@cluetrain.com
Tutti i diritti riservati

www.cluetrain.com

Gen 20

via comunitazione.it di Michela Gnemmi

Nasce il primo appuntamento italiano dedicato a chi vuole realmente controllare i risultati delle proprie campagne web. Ospite d’onore il padre indiscusso della WA, Eric Peterson.

La primavera del Web in Italia arriverà con la prima edizione di WAS – Web Analytics Strategies – che dal 17 al 18 marzo 2009, al Crowne Plaza Hotel di Milano, offrirà agli operatori del marketing e della comunicazione un’analisi degli strumenti per controllare l’efficacia degli investimenti pubblicitari su web.

WAS 2009, patrocinato dalle più autorevoli associazioni di settore, sarà il primo evento di alto profilo per incontrare gli esperti di settore e per fornire un punto d’osservazione privilegiato sulla Web Analytics, ideale per conoscere lo stato dell’arte e per anticiparne gli sviluppi futuri. Di questo, e non solo, si parlerà a Web Analytics Strategies, che apre un focus di approfondimento su temi emergenti di grande interesse e attualità nel mercato in forte crescita del Web Advertising. Mercato che, specialmente in un momento di crisi dell’economia, ha bisogno di strumenti di controllo reale dei risultati di investimenti pubblicitari on-line che diventano sempre più importanti.

Per la prima volta in Italia per il WAS 2009: Eric Peterson, il padre indiscusso della Web Analytics, CEO di “Web Analystics Demystified” e dei libri di Web Analytics più venduti al mondo.

L’evento, che vuol diventare il punto di riferimento della comunità di operatori italiani, è una conferenza dal taglio spiccatamente educational arricchita da un’area meeting. I più autorevoli operatori del settore, guru internazionali e professionisti di fama, animeranno con interventi formativi e senza forzature commerciali, tematiche di grande interesse come: Search Engine Measurement, Brand Reputation, E-mail Marketing Measurement, Mobile Marketing & Analytics e Social & Video Analytics, per il nascente mondo web 2.0.

WAS 2009 è un’opportunità unica per le aziende clienti per aggiornarsi sullo stato dell’arte della Web Analytics in Italia e nel mondo; l’evento vuole inoltre avvicinare le PMI italiane alla cultura della misurabilità dei risultati e degli investimenti effettuati sui media digitali, e sarà la risposta alle varie istanze di queste aziende proiettate in un mercato globale fortemente competitivo e propense a investire risorse in questo strumento di controllo degli investimenti di comunicazione.

L’accesso all’evento è su invito o a pagamento ed è previsto uno sconto del 20% per iscrizioni entro il 15 Febbraio 2009.

Per maggiori informazioni è disponibile il sito dell’evento www.webanalyticstrategies.com

Gen 17

via ninjamarketing.it

Facebook, il social network con il più alto numero di iscritti al mondo (ben 130 milioni) già da un po’ di tempo è diventato un fenomeno sociale: fa pubblicare libri, orienta alcune strategie di comunicazione politica, richiama analisi di scrittori, esperti e giornalisti, facendo versare loro fiumi e fiumi di inchiostro.

È  una delle forme aggregative di massa più importanti emerse in quest’ultimo periodo sulla rete, riuscendo ad attirare utenti anche alle prime armi con l’informatica. Considerato l’emblema di una nuova era della comunicazione, che verte sui concetti di socialità globale, interattività ed estrema visibilità, Facebook è però snobbato dagli inserzionisti della rete, sempre meno disposti a spendere in pubblicità.

Facebook, come tutti gli altri social network, soffre di un basso ritorno economico, derivante da un generalizzato disinteresse degli utenti alla pubblicità offerta nelle sue pagine. Ad attestare questa situazione di crisi e le difficoltà dell’advertising on-line a decollare definitivamente, sono i dati pubblicati di recente da eMarketer, una delle società più attente ed affidabili nel rilevare le dinamiche in atto nel cyberspazio, che nel corso del 2008 ha abbassato più volte le previsioni di spesa per la pubblicità su Facebook.

Stando alle ultime stime elaborate a dicembre, il social network ha raccolto 210 milioni di dollari rispetto ai 265 milioni ipotizzati a inizio anno, con un calo del 20,8%, e per il 2009 si prevede che il taglio del budget sarà ancora più netto. Anche MySpace, il social network di proprietà della News Corp naviga in cattive acque: ha chiuso il 2008 con 585 milioni di dollari di ricavi pubblicitari, contro i 755 previsti.

In tempi di recessione, pur essendo l’intero comparto della pubblicità on-line a patire, le reti sociali sono quelle più di tutte colpite dalla crisi perché non solo non hanno saputo garantire adeguati ritorni sugli investimenti, ma non hanno ancora trovato la strada giusta per sviluppare modelli di business adeguati, in grado di valorizzare a fini commerciali e trasformare in denaro gli enormi volumi di contenuti generati dagli utenti.

continua..

Gen 17

via adnkronos.com

“L’azienda dovrebbe lasciare parte del controllo sul proprio prodotto o servizio aprendosi al cliente/consumatore per coglierne consigli e sensazioni. Far diventare il cliente partecipe della vita e delle decisioni aziendali significa raddoppiare le occasioni di business”. Andrea Boaretto, responsabile progetti area marketing della School of Management del Politecnico di Milano, parafrasa così lo slogan “Aziende e consumatori: la multicanalità lascia o raddoppia?”. “In passato ci si è illusi che il marketing potesse essere tutto, chiudere il cerchio, creare da zero il bisogno e poi soddisfarlo. Adesso servirà tornare a prodotti e servizi che diano benefici reali e positivi, altrimenti i clienti/utenti, sempre più informati ed esigenti, decreteranno il declino dell’azienda”, replica Giovanni Pola direttore marketing e vendite di Connexia.

Con già 5 milioni e mezzo di persone abituate a ricevere, gestire e confrontare informazioni provenienti da più fonti e altre 11 milioni che stanno imparando a farlo, il mercato Italia si sta evolvendo in fretta e il prossimo 29 gennaio, quando a Milano l’Osservatorio Multicanalità - progetto di ricerca condotto da Nielsen, Nielsen Online, Connexia e la School of Management del Politecnico di Milano - presenterà i risultati dell’indagine relativa al 2008, l’intervento del duo Boaretto-Pola sarà uno dei più ascoltati dalla platea dei già più di 700 iscritti tra manager, dirigenti e amministratori. E non solo perché illustrerà nel dettaglio come cambia l’atteggiamento delle aziende (a partire dalle top spender e le cifre in ballo hanno molti zeri) in relazione al cambiamento delle dinamiche di comunicazione, ma anche perché, sia pure indirettamente, mostrerà come e quanto tutti noi siamo stati in grado di costringere aziende, società, amministrazioni a piegarsi alle nostre esigenze. Tutto ruota intorno alla multicanalità, ovvero alla realtà di tutti i giorni, quando anche inconsapevolmente, gestiamo notizie diverse mettendole in correlazione e ci confrontiamo con altre persone. Semplicemente ascoltando la radio, leggendo il giornale, guardando la tv, navigando su internet, raccogliamo informazioni su quanto ci interessa (una squadra di calcio, una nuova legge, il film della sera, il prezzo di un televisore, l’idraulico per sistemare la doccia) e magari lo facciamo da più fonti, sempre più spesso usando il web come scorciatoia e come snodo di confronto tra le qualità di due servizi o tra due prezzi dello stesso oggetto.

continua..

Gen 10

via onemarketing.it di Luca Mori

A dicembre Parigi ha ospitato la quinta edizione di una delle più importanti manifestazioni europee sullo stato di Internet, “Le Web Paris ‘08“: per chi non ha potuto recarsi nella capitale francese, le varie sessioni erano disponibili in “live streaming” su Ustream.tv, che ha poi provveduto all’archiviazione dei materiali.

Benché l’evento fosse concentrato in due sole giornate, gli interventi e gli stimoli sono stati numerosissimi. Tra quelli più rilevanti, per chi si occupa di Web marketing in senso lato, cioè di riconfigurazione di spazi e opportunità di mercato su Internet, non si possono trascurare i risultati della Startup Competition 2008.

Al primo posto si è classificato Viewdle, una piattaforma digital media per il riconoscimento facciale, presentata come uno strumento utile a indicizzare, ricercare e monetizzare risorse video. A Viewdle (come si scopre facilmente visitando il sito) si lavora su nuove e sorprendenti tecnologie di ricerca applicate a immagini e video, pensando alle possibili applicazioni in prospettiva di targeted advertising.

Al secondo posto troviamo Webnode, un website builder online facile da usare e soprattutto free: in sostanza, un sistema per la costruzione di siti interattivi, utilizzabile senza fare alcuna installazione sul proprio computer, con la possibilità di inserire strumenti a tecnologia 2.0 (come blog e altro), gallerie fotografiche, ecc. Il tutto, vale la pena ribadirlo, gratuitamente e senza aggiunte di Ads.

Insomma, Webnote sembra ambire a diventare una killer startup per tanti sistemi CMS gratuiti quali Joomla, WordPress e simili. Questo potrà valere almeno per alcuni segmenti di utenza di tali CMS, e c’è da aspettarsi che le future entrate di Webnote potranno derivare dalla pubblicità mobilitata attorno alla community degli utenti del servizio.

Al terzo posto si è classificato Zoover, un sito multilingue di recensioni di viaggio, che dovrebbe tener d’occhio chi si occupa di Web marketing territoriale e turistico.

Per finire, il premio speciale del pubblico va a Silentale, un nuovo servizio del genere “cornice”: si tratta di un posto in cui archiviare e recuperare tutte le proprie “conversazioni digitali”.

Gen 08

via mymarketing.it

Internet potrebbe essere un salvagente formidabile per alcuni modelli di business tradizionali, che nella Rete troverebbero esempi e consigli pratici per superare indenni gli effetti della crisi finanziaria globale. Uno dei punti focali teorizzati dal giapponese Joichi Ito, guru dell’informatica e di Internet considerato dal World Economic Forum uno dei 100 “leader globali del futuro”, verte sul fatto che il Web ha abbattuto i costi della distribuzione delle informazioni e il cardine delle attività di business non deve più essere fondato sul come diffonderle ma sul come selezionarle, individuando gli utenti idonei a riceverle. Internet, dice Ito, crea costantemente forme nuove di business partendo dalla gratuità della distribuzione dei contenuti e Google, che offre gratuitamente i suoi servizi (dalla ricerca alle mappe) e vive di pubblicità, è ovviamente un esempio d’eccellenza. In tempi di crisi, però, anche la Rete offre il fianco a minacce che possono seriamente ridimensionare la crescita del Web advertising, per quanto lo strumento costituisca una forte attrattiva per inserzionisti “delusi” dal mezzo televisivo o dalla carta stampata. I media digitali non sono quindi immuni dalla recessione e a confermarlo sono i dati – relativi agli Stati Uniti - pubblicati di recente da una delle società più attente a rilevare le dinamiche in atto nel cyberspazio, e cioè eMarketer.

Sotto la lente di ingrandimento degli analisti è finito in particolare il fenomeno del Web 2.0 per antonomasia, il social networking, sempre più al centro dell’attenzione di addetti ai lavori e non e mai avaro di contraddizioni. Facebook – oltre 120 milioni di utenti nel mondo e 60 miliardi di pagine visitate al mese – è l’emblema di una nuova era della comunicazione, che verte su socialità globale, interattività ed estrema visibilità. Strano a credersi, ma i siti di social network non sono certo un riferimento per gli inserzionisti della Rete. Anzi. Proprio eMarketer ha abbassato più volte nel corso del 2008 le previsioni di spesa per l’advertising su Facebook & Co. e stando alle ultime stime elaborate in dicembre nell’anno appena concluso aziende e centri media statunitensi dovrebbero aver raccolto 1,2 miliardi di dollari, contro gli 1,4 miliardi stimati a giugno. Per il 2009, il taglio dei budget rispetto alle iniziali previsioni è ancora più netto: il livello di investimenti per i prossimi dodici mesi si attesta infatti attorno agli 1,3 miliardi di dollari, mezzo miliardo in meno circa di quanto a suo tempo profetizzato. Numeri che rimangono importanti – pensiamo per esempio al fatto che la pubblicità on line in Italia raggiunge gli 850 milioni di euro nel suo complesso – ma che testimoniano i limiti dell’advertising su Internet nel decollare definitivamente. Rispetto agli altri media (giornali e TV) la reazione alla crisi è sicuramente migliore ma resta in sostanza il fatto che tanto l’intero comparto della pubblicità online quanto le reti sociali in modo particolare non significano ancora per molte aziende un sicuro ritorno sugli investimenti.

Nel caso specifico dei vari Facebook, MySpace, Linkedin e via dicendo ciò che preoccupa gli analisti (e il messaggio è decisamente in contrasto con quello di molti esperti di marketing) è l’incertezza che ruota intorno all’efficacia pubblicitaria di questi siti, alla loro capacità di valorizzare a fini commerciali gli enormi volumi di contenuti generati dagli utenti. I numeri che fotografano le difficoltà dei più gettonati siti di social network parlano di fatto da soli: MySpace, di proprietà della News Corp. di Rupert Murdoch, dovrebbe aver chiuso il 2008 con 585 milioni di dollari di ricavi pubblicitari, rispetto ai 755 milioni di dollari previsti. Facebook se la passa anche peggio perché se le stime di eMarketer sono corrette si è dovuta accontentare di 210 milioni, contro i 265 milioni previsti a inizio anno. Anche la faccia più splendente del Web 2.0, insomma, ha le sue belle gatte da pelare e i prossimi dodici mesi saranno una sorta di prova della verità. Tornando alle teorie di Ito, i social network sono sicuramente un’irrinunciabile opportunità sociale ed economica, una base di partenza per la creazione di modelli di business credibili, ma almeno per ora hanno “fallito” la prova del campo e del mercato. Il rischio di una nuova bolla come quella del 2000 (anche se qualcuno l’ha predetta) sembra scongiurata ma ha forse visto bene il Commissario europeo per la società dell’informazione Viviane Reding nell’auspicare la definizione di normative dedicate al fenomeno. Normative che avrebbero l’obiettivo di strutturare i social network su basi più solide e renderli meno esposti alle forti oscillazioni del mercato, così da attirare l’attenzione (e gli investimenti) di una vasta comunità di aziende.

Gen 06

Lectio magistralis
30 marzo 2004
Università di Trento - Facoltà di Sociologia

Mi vergogno. Non c’è molto da dire. Voi mi premiate, mi concedete questo riconoscimento, e io mi sento un ladro, che vi deruba della vostra fiducia.
Eppure, prima che cambiate idea, non posso fare a meno di accettare le vostre lusinghe.
Come sempre, a ogni vittoria corrisponde una sconfitta. E io non so mai da che parte stare: con i vinti o con i vincitori.

La vergogna è un sentimento sano, e anche ingiustamente disprezzato. Da qualche parte ho letto che là dove l’uomo arrossisce, inizia il suo essere più nobile. Tra tutti gli animali, siamo gli unici a provare imbarazzo, o se non altro gli unici a dimostrarlo. La vergogna, forse, è un modo discreto per uscire dall’anonimato: quel volto che prima ci appariva identico agli altri, di colpo è riconoscibile, viene visto, le guance tinte di imbarazzo.

Ho molte ragioni per essere imbarazzato oggi, qui di fronte a voi. A scuola – è inutile tenervelo nascosto – sono stato un alunno terribile. In terza elementare, alla fine dell’anno, insieme alla pagella mi hanno dato il libretto di lavoro: avevo passato così tanto tempo in corridoio che mi avevano assunto come bidello.

E ora mi ritrovo in cattedra. È un ruolo che proprio non mi si addice. Anzi, se non fosse per voi, non sarei nemmeno qui. Ciò mi rassicura un poco, perché ancora una volta posso condividere un successo, o l’ennesimo fallimento, con alcuni complici, più o meno volontari.

Questa, in fondo, è una laurea che date prima di tutto a voi stessi, alla vostra magnanimità, e, in secondo luogo, a chiunque abbia condiviso parte del mio lavoro e delle mie insicurezze. In realtà questa lezione dovrebbe essere un semplice elenco, come i titoli di coda di un film.

Io, senza gli altri, non sono nessuno. Sono davvero vuoto. Anche questo discorso l’ho scritto insieme a un amico, rubando qualche frase qua e là. È dai tempi della scuola che vado avanti così: la mia maestra si arrabbiava perché non avevo neanche la furbizia di copiare dagli studenti più bravi.

Come vedete, sono un pessimo modello. A volte credo persino che il mio lavoro incarni alcuni valori dei quali dovremmo essere imbarazzati. Ma l’arte è uno specchio: ci restituisce l’immagine di ciò che siamo, o di ciò che diventeremo. E gli specchi attraggono, anche quando sono poco lusinghieri.

A guardarlo così, riflesso nello specchio dell’arte, il mondo non è che sembri un posto particolarmente accogliente. Nell’arte e nella realtà, a volte il mondo ci appare come se fosse temporaneamente nelle mani di un dio sbagliato, mentre quello vero se ne resta fuori dal gioco. Sono un pessimista forse, ma allo stesso tempo credo che nel mondo ci siano molte altre consolazioni da cui trarre beneficio: amore, cibo, musica, l’immensa varietà di lingue e di facce, e poi il brusio continuo delle immagini.

Ecco, forse dovrei parlarvi delle immagini, perché dopo tutto è con le immagini che parlo. Se sono finito a fare l’artista – qualsiasi cosa questo significhi – deve essere stato proprio per trovare una via di fuga dalle parole: un modo per inventarsi un linguaggio che fosse più mio. Non che poi abbia inventato chissà che: anzi, a volte mi sono accontentato di spostare un’immagine da un posto all’altro, semplicemente. È un piccolo cortocircuito che si crea in queste situazioni, dal quale possono scaturire mille scintille, anche pericolosissime.

Forse delle immagini mi affascina proprio questa ambiguità: la possibilità di non controllarle mai fino in fondo. Non so esattamente perché, ma mi sembra sempre che le immagini non appartengano mai a nessuno e che invece siano lì, a disposizione di tutti.

A differenza delle parole poi, le immagini mi sembra che pretendano sempre un’interpretazione. Con le parole puoi dire Sì o No, con le immagini le cose si fanno più complicate. Anzi, se avessi il coraggio di insegnare qualcosa, direi: “Diffidate sempre delle immagini univoche”. Le immagini a senso unico sono spazzatura per gli occhi e per il cervello: inquinamento visivo allo stato puro.

Le immagini che mi interessano di più sono quelle che non capisco. O meglio, quelle che sembrano contenere in sé una molteplicità infinita di significati. Non so nulla di sociologia, ma forse le immagini che mi piacciono davvero – e poco importa che siano mie o che le abbia create qualcun altro – sono abbastanza simili a ciò che voi chiamate società, o se non altro sono simili a ciò che mi ostino a immaginare come una società ideale: sono un coro di voci, un frastuono di interpretazioni e suoni discordanti, che misteriosamente trovano un equilibrio. E per di più questo equilibrio non è fondato su alcuna gerarchia: nessuna voce sovrasta le altre, nessuna interpretazione può avocarsi un diritto di superiorità, nessun suono è rumore. Le immagini migliori sono come tante piccole torri di Babele che restano misteriosamente in piedi: tremano forse, ma non crollano. Anzi attingono nuova forza dalle continue oscillazioni che scuotono le loro fondamenta.

Dalle immagini ho anche imparato qualcosa sul mondo: ho imparato ad accettare tutto. E soprattutto ho imparato a non sottovalutare nessuno. Non posso certo illuminarvi sulla nostra società: ne sapete molto più voi. Eppure posso testimoniare che non c’è persona che non sia in grado di cambiarti la vita. Preso a piccole dosi, l’uomo è un animale piuttosto straordinario, capace di dissennati gesti di generosità, a volte al limite dell’autolesionismo.

Anche questa laurea ne è una dimostrazione: in fondo è come entrare a far parte di un club esclusivo, che se ha accettato la mia nomina poi così esclusivo non doveva essere. Ecco ciò che mi piace di questa laurea, e di cui vorrei ringraziarvi davvero: per un attimo, tutti questi professori, e tutti i professori nel mondo, e i professori dei professori, ecco tutti mi sembrano più vicini, e se sono più vicini a me, allora significa davvero che possono essere più vicini a tutti.

Per me questa laurea non e’ una promozione: non sono io che mi innalzo, forse sono i professori che hanno deciso di declassarsi, di abbassarsi al mio livello. E mi sembra un buon segno: un modo per riavvicinarsi, per mescolare le carte.

Mia madre diceva che senza un pezzo di carta non si arriva da nessuna parte. Mentre vi ringrazio, non posso tenervi nascosto di essere terrorizzato a morte: spero che questa cerimonia non segni un punto di arrivo. Mi piace credere che sia solo una tappa, non il capolinea.

Non so a chi si diano di solito le lauree ad honorem, o le lauree in generale, ma spero siano destinate a chi ha ancora voglia di imparare, e non a chi crede di sapere già tutto.

Maurizio Cattelan

Gen 02

via ondamultimediale.blogosfere.it

Secondo la società di analisi IDC, oltre la mentà dei consumatori Statunitensi con accesso a Internet fa uso di servizi di social network, come Facebook e MySpace (e Codice Internet), e la penetrazione continua a crescere. I consumatori passano inoltre sempre più tempo a navigare in rete e ricorrono sempre di più ai siti di social networking , rendendoli un target appetibile per la pubblicità online. 

IDC ha trovato che gli utenti passano davvero tanto tempo incollati ai social network. Oltre tre quarti degli utenti visitano i siti di social networking almeno una volta alla settimana, e non meno del 57 % lo fa tutti i giorni. Durante ciascuna sessione, gli utenti passano almeno 30 minuti, o restano collegati permanentemente, e il 38 % passa almeno un’ora piena per sessione.

Esistono quattro ragioni principali perchè cisì tanti utenti sono letteralmente drogati da Facebook e compagnia bella.

connettersi e comunicare;

perchè ci si lascia convincere da colleghi e amici ad entrarci;

per svagarsi,

per scopi legati al proprio lavoro (eh si, i social network, strano ma vero, sono usati anche a scopi professionali).
Ma per i social networker non c’è spazio per la publicità. Infatti, a quanto pare, gli utenti dei social network non sono attenti e neanche vedono di buon occhio banner ed affini.

I banner pubblicitari presenti sui siti di social network ricevono in assoluto meno clic di qualsiasi altra forma di pubblicità online, a dispetto del numero di utenti che li popolano. In generale nel Web il 79 % di tutti gli utenti ha cliccato almeno una volta su un link pubblicitario nel corso di quest’anno, contro il 57 % degli utenti dei social network. I dati sono ancora più sconfortanti se si considerano gli acquisti fatti online dai social networker: appena l’11 %, contro il 23 % dell’intero Web.

Una delle possibili ragioni, ipotizzano gli esperti è che gli utenti dei social network cercano e si scambiano più che altro contenuti generati dagli utenti stessi (UGC o User Generated Content), piuttosto che contenuti prodotti professionalmente. Uno dei potenziali per chi si occupa di marketing è sfruttare i collegamenti degli utenti per trasmettere un messaggio. Si tratterebbe di “social advertising”, una nuova forma di pubblicità. Tuttavia, l’idea è ancora allo stato embrionale. In più, in base all’analisi IDC, solo il 3 % dei social networker nordamericani acconsentirebbe a far usare i propri contatti per scopi pubblicitari.

Secondo IDC, ci saranno tempi magri per la pubblicità sui social network, finchè i fornitori di questi servizi riusciranno a far fare agli utenti qualcosa di diverso che semplicemente comunicare fra di loro. Dovrebbero piuttosto diventare una sorta di portali, come Yahoo o MSN.