Giu 17
On air la nuova campagna del San Camillo | Istituto Superiore di Moda e Design
advertising: Dbt
concept: cadeau-project.com
account executive: Osvaldo Raniolo
direttore creativo: Turi Di Bella
art director: Jose Mazir
copywriter: Angelo Di Bella
flash AS coding: Fabio Adornetto
“Quando si parla di formazione, non si ha scelta. L’obiettivo è di raggiungere un alto standard qualitativo non solo nell’ottica di trasmettere il “sapere” ma soprattutto il “saper fare”, offrendo percorsi formativi che puntino sulla qualità e sulla velocità di apprendimento. Dare importanti prospettive di crescita ai giovani e gli strumenti necessari per gestire il continuo mutamento della loro professionalità, è da sempre, il nostro lavoro.” Concepita e declinata su più mezzi, la campagna pone l’accento su un percorso formativo che fa leva sulla forza della tecnica ad ausilio della teoria, ponendo in primo piano il confronto tra metodi di studio e insegnamento diversi, che danno importanza tanto alla teoria quanto alla pratica. L’offerta didattica, infatti, si basa sia sullo studio individuale che sull’esperienza di gruppo con la consegna mensile di lavori, ricerche ed elaborati. Attraverso un metodo flessibile e costante il percorso formativo dell’Istituto San Camillo è apprezzato dai più giovani ma anche da chi lavora, e non ha più molto tempo a disposizione.
I nostri punti di forza sono:
- un’offerta più articolata dei corsi di formazione e specializzazione;
- programmi mirati alla qualità e all’efficacia di apprendimento;
- collaborazioni più intense e proficue con le aziende;
- opportunità di stage ed inserimento veloce dei diplomati nel mondo del lavoro.
I corsi saranno a frequenza libera con lezioni pratiche a ciclo continuo. Si consiglia la frequenza di almeno due lezioni settimanali. L’allievo inizierà il corso in qualsiasi periodo dell’anno e verrà seguito passo passo, individualmente dall’insegnante, procedendo nell’apprendimento didattico secondo i propri ritmi ed esigenze. La classe sarà composta da un massimo di 10-12 allievi.
Istituto S. Camillo
Salita San Camillo 6
95124 Catania (CT)
t +39 095 311339
www.cefp.org
info@cefp.org


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Giu 11
via novaonline.ilsole24ore.com di Luca Tremolada
Non esiste una via italiana a internet. Il made in Italy c’è nella moda, nella manifattura, nell’artigianato ma non esiste nel digitale. Forse è ancora presto per trovare un tratto distintivo di questi imprenditori che rischiano con i bit. Eppure anche da noi c’è chi ha imparato a maneggiare la rete sfruttando i vantaggi competitivi che internet possiede rispetto ai settori tradizionali: bassi costi, semplificazione, disintermediazione degli attori tradizionali. Sono alcuni degli attributi della rete. A questi vanno aggiunte le anime di business che stanno emergendo: il social networking, l’intrattenimento, il gioco. Mettere insieme queste opportunità e dar loro una forma di business è la sfida a cui si trova di fronte chi per mestiere ha scelto di fare soldi col web. Qui di seguito alcune storie che raccontano la scena digitale italiana.
Per sette anni poco o niente. Dal 2000 al 2007, la depressione da post bolla qui in Italia è stata più violenta che altrove. Non nasce niente, di venture capital neppure l’ombra, internet di colpo diventa nell’immaginario collettivo del credito un campo minato, buono per giovani sognatori di valli al silicio made in Italy. Poi in una manciata di mesi accade qualche cosa. La scena digitale italiana si popola di marchi, idee di business, nano-imprese che trovano in coloro che hanno fatto fortuna col web una spalla finanziaria e logistica. Banzai, Dpixel, H-Farm, Working Capital di Telecom Italia ma anche dei fondi come Quantica Sgr, 360 Capital Investor, Innogest Sgr allevano decine di progetti di impresa. Molte non reggono all’urto della crisi del credito che ingessa il sistema produttivo. Ma paradossalmente gli ultimi due-tre anni fare soldi con il web riesce un po’ meglio rispetto al passato. «Quando c’eravamo noi – racconta Gianluca Dettori, fondatore ai tempi della new economy di Vitaminic e oggi venture capitalist attraverso Dpixel – nessuno sapeva bene come muoversi. Non c’erano le metriche, non si sapeva bene come valutare il potenziale economico della rete. Internet era nata da un punto di vista commerciale solo qualche anno prima nel 1995. Oggi è tutta un’altra cosa. Sono passati più di dieci anni, la bolla è scoppiata e anzi, proprio grazie alla bolla, ora è più chiaro il business della rete. Se all’alba delle dotcom fare soldi era un’arte, oggi è una scienza. Se sei bravo, con il traffico e la pubblicità si comincia subito a incassare». Messa così pare una cosa facile. Anche perché, come conferma Dettori, su 20 idee di business digitali nate in Italia 19 hanno vita breve. Eppure, nonostante un altissimo tasso di mortalità qualche start up italiana è riuscita a sopravvivere. A volte fornendo servizi che da noi non ci sono. Magari scopiazzando dal duepuntozero che trionfa nel mondo. O inseguendo il sogno di una Silicon Valley che non esiste più in California. Più spesso chi ce la sta facendo ha semplicemente razionalizzato quello che internet sa fare meglio. Come ad esempio scardinare le rendite di posizione degli attori tradizionali.
La disintermediazione creativa del web
Zooppa.com è esattamente questo: disintermediazione delle agenzie pubblicitarie. Il nome nasce in una pizzeria per un gioco di assonanze. Il progetto invece sulla carta potrebbe risultare indigesto ai professionisti dello spot perché mette insieme creativi freelance, rete e clienti.
In un certo senso, retribuisce la creatività degli utenti internet che possono così misurarsi con la realizzazione di una campagna pubblicitaria. I “dilettanti” dell’advertising ricevono per i loro lavori premi in denaro partecipando a contest che le aziende lanciano sul sito per ottenere le migliori campagne di comunicazione virale. I giovani creativi si fanno conoscere con i loro lavori presso i clienti finali che al posto di affidarsi a una agenzia attingono ai talenti che si affacciano sul web. Zooppa.com guadagna ponendosi come tramite tra domanda e creatività diffusa.
«In realtà – racconta Riccardo Donadon che attraverso H-Farm ha incubato l’azienda – l’ideatore di Zooppa.com quando si è presentato da noi aveva un progetto diverso. Si era inventato un back stage degli spot pubblicitari, una specie di making of. Ne abbiamo parlato insieme e abbiamo scelto di sperimentare un modello di business diverso».
Risultato? In Italia Zooppa.com è in utile e fattura un milione di euro. «E dire che non c’era nessun fondo di venture capital disposta a finanziare l’iniziativa – si lamenta Donadon –. Quando ho dato vita a H-Farm volevo semplicemente creare un incubatore. Purtroppo troppo spesso con fondi personali mi tocca finanziare in prima persona le iniziative. O portarle all’estero. Da qui la scelta di puntare diretti agli Stati Uniti con un management di livello».
continua..
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